PROSEGUE L’ANTICA DIATRIBA TRA SCIENZA E FEDE SULLA SACRA SINDONE.

Ora, alcune tracce di scritte impresse sul telo della Sindone riemergono alla luce come prova, secondo la studiosa Barbara Frale, che l’antico sudario risalga agli inizi del primo secolo e vi fosse stato avvolto un uomo chiamato Gesù Nazareno.
Nel saggio «La Sindone di Gesù Nazareno», l’officiale dell’Archivio segreto vaticano, Frale, ricostruisce e decifra delle scritte in greco, latino ed aramaico, già emerse nel 1978 esaminando alcuni negativi fotografici.
Nel libro, la studiosa si muove nel terreno dell’archeologia e della paleografia, con un lavoro di confronto e deduzioni, per rilevare una dicitura che parla di un uomo, «Gesù Nazareno», che nell’anno 16 dell’impero di «Tiberio», una volta «deposto sul far della sera», dopo essere stato condannato «a morte», da un giudice romano «perché trovato» colpevole di qualcosa, viene avviato a sepoltura con l’obbligo di essere consegnato ai familiari solo dopo un anno esatto.
«Secondo la legge ebraica del tempo – ha spiegato la studiosa – per i casi estremamente gravi, dopo la crocefissione, vigeva anche una pena post mortem secondo la quale la salma doveva andare in esilio per un anno e non poteva essere posta nella tomba di famiglia perché avrebbe contaminato anche gli altri cadaveri».
Ecco spiegata l’esigenza di un funzionario che compilasse una sorta di “cartellino” alla salma per ritrovarla alla scadenza della pena. A comporla, «un uomo che scrive con una scrittura arcaicizzante – ha sottolineato la Frale – quindi già anziano per l’epoca».
Mentre il mix linguistico di latino, greco e aramaico in cui compare la dicitur, si spiega ricordando che «nella Gerusalemme del I secolo solo il governatore romano conosceva il latino, ma gli atti dei processi dovevano essere in latino. La lingua ufficiale invece era il greco mentre la popolazione parlava l’aramaico».
La studiosa, sempre professando di non voler «entrare in questioni di tipo religioso come ad esempio l’autenticità della Sindone in relazione al mistero della Risurrezione, problema che lascio ai teologi», ma solo nella veste di «storico e archeologo», propone anche altre suggestioni scientifiche che portano ad identificare il velo come il sudario di Gesù Cristo.
«L’uomo della Sindone ha le mani giunte sul pube come da usanza ebraica, ma capovolte, come a voler dire che egli si può presentare anche senza chiedere misericordia perché è un giusto», ha concluso la Frale.
Secondo Pierluigi Baima Bollone, tra i maggiori studiosi della Sindone e professore emerito di medicina legale all’università di Torino, «che ci siano delle scritte sulla Sindone si sa fin dagli anni ’70. Da quando furono notate da un farmacista di Stradella che si rivolse a un celebre professore, specialista di antiche scritture all’università di Milano: il professore notò attorno al volto le scritte INNECE (in morte) e NAZARENUS. Ma altri studiosi della Sindone hanno riconosciuto lettere diverse e le interpretazioni sono molte, tanto che il francese André Marion le ha chiamate “scritte fantasma”. Anche la Frale ha ora offerto la sua interpretazione, una delle tante su queste scritte. Tutti speriamo siano vere, ma in realtà queste scritte erano già apparse in alcune foto del 1931. Però nessuno ne ha mai chiesto la prova chimica. Di provato non c’è nulla a riguardo. Ma esistono tanti altri elementi che fanno risalire la Sindone al tempo di Gesù. A cominciare dai tre tipi di polline ritrovati sulla Sindone che crescono in un unico posto al mondo contemporaneamente: sui monti attorno alla Giudea. Sul tessuto funerario di nessun’altra persona esistono le tracce della Passione, come riportato dal Vangelo. L’unica prova contraria sarebbe quella della datazione alla quale si è risaliti con il carbonio, ma anche il professor Ramsey di Oxford, che effettuò gli esami, è tornato sui suoi passi ammettendo di essere stato incauto nel definire la Sindone una delle tante false reliquie medioevali».

Fonte: Il Tempo, 17/02/2010.