Massimo Boccaletti, Salvate la Sindone!

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TORINO 1706 – Memorie e attualità dell’Assedio di Torino del 1706 tra spirito europeo e identità regionale – Vol. II
Atti del Convegno – Torino 29 e 30 settembre 2006
a cura di Gustavo Mola di Nomaglio, Roberto Sandri Giachino, Giancarlo Melano, Piergiuseppe Menietti, Centro Studi Piemontesi, Torino 2007, pp. 909-910.

Un richiamo indiretto al ruolo avuto dalla Sindone nell’assedio di Torino si evince dalle parole pronunciate con grande iattanza dal generale La Feuillade, comandante delle truppe assedianti forte di 30.000 armati (110 cannoni, 59 mortai, e 62 pezzi da campagna, dopo aver iniziato il bombardamento sulla città, il 3 giugno 1706 promise che avrebbe cantato il Te Deum proprio nella cappella del Santo Sudario nel giorno dedicato a San Luigi. Altro riferimento indiretto al Lenzuolo si ha il 16 giugno di quello stesso mese quando, infuriando ormai i bombardamenti, una palla di cannone francese cadde nel cortile di Palazzo Reale, dopo aver attraversato la cupola della Sindone. Dal Giornale Ragguaglio dell’Assedio di Torino di Costantino Coda (1906) apprendiamo inoltre che “un ufficiale francese, mentre scherniva la fiducia posta dai torinesi nel Telo, fu ucciso nell’istante stesso da una palla di cannone: fatto che suscitò grande terrore nell’Armata assediante”.
Sapendo quanto il Telo stesse a cuore della popolazione, la prima preoccupazione del duca Vittorio Amedeo II fu quindi di mettere non solo in salvo la propria famiglia dal nemico ormai alle porte, ma anche la stessa Sindone. Il mercoledì 16 giugno partirono quindi alla volta di Genova la moglie del duca, Anna di Francia, il primogenito Vittorio Amedeo Filippo, di 7 anni e il secondogenito, il futuro Carlo Emanuele III di 5 anni insieme alla madre del duca, la duchessa Maria Giovanna Battista di Nemours alle cui cure venne affidato il Lenzuolo. Sebbene la Sindone fosse stata ospitata prima di allora in numerose città del Ducato, era la prima volta che il Telo sostava nelle città che sarebbero divenute tappe di quel viaggio.
Anche per questo motivo la Sindone venne accolta con tutti gli onori. La prima città fu Cherasco, dove la famiglia ducale arrivò lo stesso giorno 16 e dove la Sindone venne ospitata nel palazzo del conte Giovanni Secondo Salmatoris, in una sala attigua a quella in cui nel 1631 era stata firmata la pace nella guerra di successione di Mantova. Da tempo questa stanza, affrescata appositamente per accogliere il Telo. “Esposta alla pubblica venerazione – riferisce lo storico – in una cassa interamente coperta di velluto cremisi e di ori cesellati in bronzo dorato tra quattro torchie ardenti” La Sindone ricevette l’omaggio del popolo di Cherasco e dei dintorni. Una lapide affissa nel 1956 ricorda la breve permanenza a Palazzo Salmatoris della Famiglia e della Sindone.
La seconda città ad accogliere il Telo fu Mondovì, il 24 giugno: i duchi trovarono alloggio nel Palazzo del Vescovo Giovanni Battista Isnardi de Castello, restandovi un giorno e mezzo; il pomeriggio del 25 la famiglia si spostò a Ceva, ospite del Marchese Pallavicino per dirigersi il giorno dopo, oltre Garessio, a Ormea dove arrivò un’ora dopo la mezzanotte nella casa dell’avvocato Bologna. L’itinerario stabilito, dice ancora lo storico, avrebbe dovuto proseguire per Zuccarello e Albenga attraverso il passo dei Giovi, ma fu giocoforza prendere la strada più disagevole e scendere a Pieve di Teco, “prima terra del Genovesato” dove laSindone venne accolta “con rispetto e dimostrazioni e fu arringata (fatta oggetto) di indirizzi di benvenuto”, malgrado la segretezza che avrebbe dovuto coprire il viaggio dell’illustre famiglia in Liguria.
“L’incognito pattuito e forse anche desiderato – commenta lo storico – non riuscì strettissimo, perchè la nobiltà genovese e tutti i cittadini gareggiarono in tante e tali dimostrazioni che nemmeno li stessi piemontesi avrebbero osato sperare”.
A Oneglia “furono accolti dalle acclamazioni del popolo che fiancheggiavano la strada a due lati per 12 miglia; l’entrata in città fu un trionfo festeggiato con lieti suoni di campane, con salve di artiglierie, con replicati via, con generale illuminazione e con tanta pubblica gioia che scordar facevano della loro venuta e che preannunciavano il futuro trionfale loro ritorno alla capitale”.
Dei movimenti liguri della Sindone tuttavia non si sa molto: sembra che sia stata esposta almeno una volta a Genova a casa dei Marchesi Carrega, un’ostensione cui tuttavia non si volle dare pubblicità. Seguendo un’altra ipotesi lo storico Gian Maria Zaccone colloca la permanenza del Telo in salita Bertolomeo in un palazzo poco distante dalla chiesa San Bartolomeo degli Armeni, nella quale, per una strana coincidenza, si conserva ancora quello che per tradizione sarebbe il venerato Mandillion di Edessa.
Più ricca la cronaca del viaggio della Sindone al ritorno. Dopo una tappa a Cherasco dal 3 al 5 ottobre, dove venne esposta nello stesso palazzo che l’aveva ospitata all’andata, la Sindone venne ricevuta con tutti gli onori a Torino dove fu “visitata e riposta nella sua sede” personalmente dal beato Sebastiano Valfrè, che ne dette comunicazione al duca, impegnato in operazioni di guerra a Cava Corta, nei pressi di Lodi. Il sovrano espresse personalmente la sua soddisfazione in un messaggio datato l’8 e ricevuto il 10 ottobre dal Valfrè in cui si diceva: “Con una grandissima consolazione o veduto dal umanissimo suo foglio che si era con tuta attenzione visitato e riposto nella sua fortunata Capella di Torino quel sacro lenzuolo nelle di chui segnate piage del Redentore porgo ogni sua fiducia e riconosco ogni mia felicità si temporale che spirituale. Prego pertanto la SV di pregare feruorosamente il nostro Gran creatore e salvatore di finire un opera si ben cominciata che è auanti li miei occhi ancora incertastante li nuoi aparechi delli nemici e conciederci una bona e durevole pace e magica Gloria suva e bene publicho e resto tutto suo”.
Del ruolo che ebbe la Sindone nell’assedio di Torino si ha infine al volgere di quello stesso secolo una testimonianza personale e preziosa, seppure anch’essa indiretta, del teologo Rosina, il cappellano e custode del Santo Sudario, il quale il 28 ottobre del 1785 attestò di “avere inteso da Re Carlo Emanuele III (quel bimbo già citato che al momento della fuga da Torino aveva 5 anni) di gloriosa memoria che nell’anno 1706 minacciata la città di assedio, si portò esso con la Reale Famiglia a Genova, che in detto tempo seco si recarono la preziosissima Sindone e questa nelle case ove si fermarono in riposo, collocarono sempre in camera appartata decente con lumi”.