TORINO. Wojtyla, Ratzinger e Bergoglio pellegrini per l’icona delle sofferenze di Cristo.

Un rapporto intenso quello degli ultimi pontefici con la Sindone. Da Giovanni Paolo II in poi, ogni ostensione ha ricevuto la visita del papa. Anche Paolo VI avrebbe voluto venire a venerarla, in quell’ormai lontana estate del 1978, nella prima ostensione moderna. La morte lo fermerà il 6 agosto, venti giorni prima dell’inaugurazione. Arriverà il cardinale Wojtyla, che di lì a poco, dopo il brevissimo pontificato di Giovanni Paolo I, diventerà Giovanni Paolo II. Rivedrà la Sindone il 24 maggio ’98, durante la prima ostensione dell’era internet.
Dalla Sindone, «icona della sofferenza dell’innocente di tutti i tempi», Wojtyla traeva stimolo ad affinare l’attenzione alla sofferenza dell’uomo. «Davanti alla Sindone – diceva – come non pensare ai milioni di uomini che muoiono di fame, agli orrori perpetrati nelle tante guerre che insanguinano le nazioni, … come non ricordare con smarrimento e pietà quanti non possono godere degli elementari diritti civili, le vittime della tortura e del terrorismo, gli schiavi di organizzazioni criminali?». Nella Sindone trovava anzitutto il fondamento per una risposta a questi problemi, alla disperazione che creano. Se la Sindone ha un significato, lo si deve al fatto che è rimando a Cristo, sua testimonianza. La definiva «specchio del Vangelo perché segno veramente singolare che rimanda a Gesù, … immagine dell’amore di Dio oltre che del peccato dell’uomo. È l’esperienza del Sabato santo, passaggio importante nel cammino di Gesù̀ verso la gloria, da cui si sprigiona un raggio di luce che investe il dolore e la morte di ogni uomo». Giovanni Paolo II aveva potuto venerare la Sindone anche in una ostensione privata durante la sua prima visita a Torino, il 13 aprile 1980.
Dodici anni dopo, è il 2 maggio 2010, davanti alla Sindone c’è Papa Ratzinger. Si inginocchia per cinque lunghi minuti in Cattedrale davanti alla reliquia e la definisce «specchio dell’umanità oscurata del XX secolo». Benedetto XVI confessa di essere diventato, con il passare degli anni, ancora più sensibile «al messaggio di questa straordinaria icona, simbolo del Sabato Santo, del nascondimento di Dio» ma anche prefigurazione della resurrezione. In Duomo, Benedetto ha definito la Sindone con queste parole: «Un telo sepolcrale che ha avvolto la salma di un uomo crocifisso in tutto corrispondente a quanto i Vangeli ci dicono di Gesù, il quale, crocifisso verso mezzogiorno, spirò verso le tre di pomeriggio».
Infine Papa Francesco. Il 21 giugno 2015, nell’abbraccio che la terra dei suoi nonni gli riserva, Jorge Bergoglio si lascia «guardare» dalla Sindone. Francesco si ferma in meditazione di fronte all’icona che «parla al nostro cuore, ci spinge a salire il monte Calvario, a guardare la croce, a immergerci nel silenzio eloquente dell’amore». È un momento intenso che si conclude con il Papa che accarezza la teca.

Autore: Maria Teresa Martinengo

Fonte: www.lastampa.it, 26 set 2018